Incontrai per la prima volta il dottor Giovanni Martini un pomeriggio di quasi
trentatré anni fa nel retrobottega di un barbiere sulla via Pisana a Firenze
Legnaia. Io bivaccavo là quasi tutti i giorni, per distrarmi dai gravami scolastici e dai garbati rifiuti della mia compagna di classe Stefania, bramatissima anche perché – ma non solo... – diceva di no a tutti. Che
dicesse di no anche a me, però, mi seccava proprio... Mi giunsero allora in
soccorso gli scacchi. Condividevo infatti il retrobottega con un pittore
squattrinato, tale Antonini, che vantava un nome da Annigoni in Francia e
lamentava invece – con malcelato astio – poca fortuna in patria. Né
io né lui ci tagliavamo spesso i capelli, per la gioia del verace tarantino
Mino, che della bottega pagava ogni mese con qualche patema il fitto.
Trascorrevamo i pomeriggi assorti in lunghe partite a scacchi; l’Antonini
era giocatore tutt’altro che debole, nonostante non avesse mai
frequentato né circoli né sale di torneo. Era ponderato e – direi –
piuttosto solido in difesa, anche se sempre un po’ trattenuto dalla paura
di perdere. Io lo trattavo con i guanti e con simpatia – senza calcolo
d’infingimento – e lui mi ricambiava quel tanto poco – bontà
sua – che tuttavia mi consentiva anche di vincere. Le sue relazioni col
prossimo erano però assai turbulente, soprattutto col “padrone di
casa” Mino, che l’Antonini trattava come fosse il garzone di
bottega, e di cui rimarcava ad ogni piè sospinto e con perfida gratuità sia le
umili origini che la non accademica cultura. Di quando in quando bazzicava il
retro anche un altro appassionato di scacchi – un medico chirurgo più o
meno in carriera – al quale l’Antonini riservava con egualitarismo
tutto francese battutacce acide e sfottò da caffè d’avanguardia.
L’esasperato chirurgo rimediava una batosta dopo l’altra e
masticava amaro. Finché un giorno non pianificò una raffinata vendetta: avrebbe
portato là – senza preavviso – un suo amico bravissimo a scacchi
che avrebbe dovuto sfidare l’Antonini e infliggergli una lezione coi
fiocchi. Io non dovevo interferire. Alla fine l’agguato riuscì, e quella
fu la prima volta che vidi il dottor Martini: un uomo imponente,
dall’aspetto un po’ pretesco, con le mani piccole e curatissime. Il
chirurgo gongolava e lo presentò tosto all’Antonini che però, sempre sul
chi va là e sulla difensiva, accampò subito una scusa per non potersi
trattenere e cortesemente declinò il guanto di sfida. Il chirurgo era su tutte
le furie, e non poté impedire che Martini, ormai incomodato, giocasse una
partita con me. Il lato più comico fu che per tutta la partita l’Antonini
non si mosse mai dalla sua mattonella, e anzi apprezzasse ogni mossa
dell’illustre ospite con commenti salaci e denigratori. Sembrava Staunton
con Morphy. Io sorpresi Martini con un Gambetto Evans: sacrificai
l’Alfiere in f7 e braccai il suo Re per tutta la scacchiera.
L’Antonini seguiva sguaiatamente la caccia con cori da stadio. Alla fine,
tuttavia, Martini, dall’alto della sua notevolissima classe, mi sfuggì e
la partita finì patta. Nonostante il “quasi rete” l’Antonini
esultava come se (lui) avesse vinto i Mondiali e gli altri due fossero stati
travolti dallo Zambia. Il chirurgo era livido in volto, mentre Martini, con
signorile indulgenza, mi invitò a frequentar casa sua per
“affinarmi” un po’.
Da allora in poi – per anni – tutti i sabati nel primo pomeriggio
sarei sempre andato a casa sua, nella bella villa di fronte al carcere di
Sollicciano. La storia di come la galera si fosse materializzata come un fungo
atomico ai piedi del giardino di casa sua è tipica – se vera –
dell’ignavia del personaggio. A quanto si dice, un giorno gli bussarono
all’uscio due socialisti craxiani imbellettati e gli chiesero di apporre
una firma su un documento per autorizzare importanti opere di riconversione
edilizia. Martini firmò senza neppure leggere – chi l’ha conosciuto
può crederci – e l’anziana, arcigna madre non gliel’avrebbe
mai perdonato. Presto il carcere diventò il belvedere di tutte le finestre
della villa. La madre lo rimproverava continuamente, tanto per quello scempio
che per questioni assai più spicciole: per esempio per le troppe uova che gli
grattava il fattore, uno scaltro contadino che là aveva piantato le tende e
viveva da signore.
Ma Martini era così: gli bastava poco per vivere e non pareva crucciarsi troppo
delle monetine che gli cadevano dalle tasche. Non credo che non se ne
accorgesse. Credo piuttosto che se ne compiacesse. Probabilmente era un
esercizio pratico di teologia.
La sua casa era una piazza d’armi, su più piani, con librerie ammantate
di polvere di carta che assomigliavano, per imponenza e maestosità, alla
Biblioteca Nazionale di Pechino. Io arrivavo sempre di buon’ora e Martini
mi intratteneva per un po’ nel suo salottino davanti alla tv: gli piaceva
lo sport, soprattutto il tennis e l’automobilismo. Passavamo poi in una
stanza più piccola – direi una stireria – dove campeggiavano tavolo
e scacchiera e un pianoforte. Là giocavamo e analizzavamo un po’;
Martini, con la sua mano fatata alla Capablanca, confutava spesso le mosse di
Tizio e di Caio nelle intricate partite che io sceglievo durante la settimana.
Un po’ più tardi giungevano alla spicciolata Renzo Cambi e Paolino
Borghesi e ci alternavamo tutti e quattro in partite rapide a giro. Ogni tanto
– ahimè – compariva anche un signore che loro chiamavano “il
giudice” – e credo che giudice lo fosse davvero – e toccava
sempre a me giocarci contro, con poco sugo mio e forse poco anche suo.
Frequentavano la casa anche altri personaggi noti del circuito scacchistico
fiorentino, ma più raramente: lo zoccolo duro eravamo noi. Un paio di volte
comparve Rolando Tacchio, un tipo simpaticissimo che aveva visto sorgere la
stella di Sergio Mariotti. Come giocatore lo ricordo così così, ma mantengo una
vivida memoria del suo candore e della sua simpatia davvero prorompente.
Impossibile pensare male di lui. Così come difficile era prendersela con
Paolino Borghesi, che quando perdeva diventava una bestiaccia intrattabile e
poteva dire (sul conto del vincitore) qualsiasi nefandezza. Non tutti erano
così comprensivi con lui: non Castaldi, per esempio, che, a quanto si dice, una
volta gli rifilò un sonoro ceffone, che, sempre a quanto si dice, zitto zitto
Paolino prese e portò a casa.
Martini non mi chiuse mai la porta in faccia. A casa sua mi sono sempre sentito
a casa. Martini è stato di gran lunga il giocatore più forte che io abbia mai
conosciuto. L’intellighenzia fiorentina (federata) avrà forse da ridire
sulle mie stravaganti asserzioni, perché Martini non aveva titolo – o se
titolo aveva era tutt’al più quello di terza nazionale. La ragione è pura
e semplice: Martini non giocò quasi mai in torneo, se non dopo la morte della
madre, ormai già anziano e molto malato. Eppure, fior di giocatori che son
passati da Firenze (per esempio Erich Eliskases), scoprirono a proprie spese
quanto forte fosse il dottor Martini! Chiedete a Mariotti come giocava il
dottor Martini e vediamo cosa risponde. Io mi limiterò a dire che a lampo era
quasi invincibile e che trattava i finali con tecnica sublime. Ma potrei dire
molto di più.
Una sola volta mi accolse con un velatissimo strabismo di diffidenza. Fu quando
mi presentai – senza avvertire, com’era mio maleducato costume
– con Mahmud. Quel giorno alla scacchiera Martini fu
implacabile: Mahmud perse tutte le partite. Io ci rimasi un po’ male e
lui se ne accorse. Obiettai che una vita disperata e troppe notti
all’addiaccio non sono l’ideale per esprimere la valentia
scacchistica, ma il dottore mi rimbrottò severamente: sublimarsi negli altri
era a suo dire un peccato di superbia capitale. Non gliene volli, naturalmente,
ma mi tenni le mie idee e anche Mahmud: per me gli uomini sono tutti uguali e
dunque a ciascuno il suo Cristo.
Quando si ammalò più gravemente, tanto da esser ricoverato in ospedale, non
trovai mai il tempo per andare a visitarlo. Un po’ perché erano
cominciate le guerre ereditarie – la gran caccia al tesoro, con troppi
pesciolini addentellati in prima fila – e a me le guerre per le ossa non
sono mai piaciute; un po’ perché mi stavo umanamente perdendo su altre
vie. Come tutti gli egoisti lottavo per la (mia) minutissima sopravvivenza.
Ogni tanto chiedevo lumi a qualche comune amico, ma più per dovere di
convenzione che per apprensione d’interesse.
Io a Martini volevo bene, e non avergli visto la morte in faccia mi ha illuso
– almeno per un po’ – che forse non sarebbe morto. E così
Cristo si è fermato là, nei pressi del carcere di Sollicciano: là dove io un
giorno ho perso la strada di casa, e là dove per me il dottor Martini – per
farla breve – non è mai morto.
Lontano dagli occhi, per sempre nel cuore.