Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa più accorgersi di un tramonto. Chiudo gli occhi. Mi scosto di un passo. Sono altro, sono altrove.
Alda Merini
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Artwork © Lulu2222
Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa più accorgersi di un tramonto. Chiudo gli occhi. Mi scosto di un passo. Sono altro, sono altrove.
Alda Merini
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Non mettetemi accanto alle donne
che amano il loro pianto più ancora dei loro figli e che dei tradimenti maritali hanno fatto un vessillo di guerra, alle donne che incendiano le pareti degli altri con i loro lunghi lamenti di affitto tradendo tempi e sostanze. Non mettetemi accanto a queste civette dolci che usano le loro penne per trascrivere annali di guerra e che proteggono i forti solo perché fan loro donazioni. L’amore è uno spirito svelto che se ne va via, tradisce purtroppo i traditori.
Alda Merini
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IN GALLAM
In tenebris luges amissum, Galla, maritum.
Iam plorare te, puto, Galla, virum.
A GALLA
Solo al buio tu piangi, o Galla, il marito perduto,
perché penso che a piangerlo senti vergogna, o Galla. |
Halfway isn’t all the way, but it’s better than no way.
John Hoyer Updike, “Rabbit Redux”
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In 1951 John Fowles was an assistant teacher at Poitiers University when he fell seriously in love for the first time. More than 60 years on, Mike Abbott meets the student he fell for and uncovers the unpublished poem he wrote for her. [Read more].
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“Sitting about in a cafe most of the day. People bore me profoundly and desperately” ... (John Robert Fowles). Photo: The Guardian.
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In railway halls
In railway halls, on pavements near the traffic,
They beg, their eyes made big by empty staring And only measuring Time, like the blank clock. No, I shall wave no tracery of pen-ornament To make them birds upon my singing-tree: Time merely drives these lives which do not live As tides push rotten stuff along the shore. – There is no consolation, no, none, In the curving beauty of that line Traced on our graphs through History, where the oppressor Starves and deprives the poor. Paint here no draped despairs, no saddening clouds Where the soul rests, proclaims eternity. But let the wrong cry out as raw as wounds This time forgets and never heals, far less transcends.
Stephen Spender
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Shakespeare and Company Paris. The original bookstore, which doubled as a library, publisher and boarding house for aspiring writers, was opened by American Sylvia Beach and was featured in Ernest Hemingway’s memoir, “A Moveable Feast”. The store closed during World War II, and was reopened in its in 1951 by George Whitman, whose daughter, Sylvia (named after Beach), runs things today. Out front, bookstands surround an ornate drinking fountain, erected in the 19th century to service the area’s poor. Inside, there’s an extensive stock of second-hand books.
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Lettera di raccomandazione
Mi sono raccomandata a tutti: a Titano, a me stessa, a Dagoberto, agli occhi miracolosi di Fabrizio. Ho divorato calunnie, mangiato carni. Ho divorato i miei stessi denti per dirmi: “La poesia è un fiore, non va calpestata”. Così, Manganelli, incerto nelle tue lacrime come nel tuo sorriso, sappi che Lancillotto aveva una spada e che per salvare Ginevra occorreva un sequestro d’amore.
Alda Merini
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Il pomeriggio prima della festa chiuse il Consolato e si dedicò a insegnarmi a ballare. Con irriducibile tenacia mi fece muovere le ossa al ritmo della musica, prima appoggiata alla spalliera di una sedia, poi con una scopa e infine con lui. In quelle ore imparai dal charleston al samba, poi mi asciugò le lacrime e mi portò a comprarmi un vestito. Lasciandomi alla festa mi diede un consiglio indimenticabile, che ho applicato nei momenti cruciali della mia vita: pensa che gli altri hanno più paura di te. Aggiunse che non dovevo sedermi neppure per un attimo, rimanessi in piedi accanto al giradischi e non mangiassi niente, perché i ragazzi avevano bisogno di molto coraggio per attraversare la sala e avvicinarsi a una ragazza ancorata a una sedia come una corvetta e con un piatto di torta in mano. E poi i pochi ragazzi che sanno ballare sono quelli che cambiano la musica, perciò conviene rimanere vicino ai dischi.
Isabel Allende, “Paula”, La Biblioteca di Repubblica, 1994, pp. 73-74
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Le amavamo. Le odiavamo. Volevamo essere loro. Così alte, belle e chiare. Le loro membra lunghe e aggraziate. I loro denti bianchi e splendenti. La loro carnagione pallida e luminosa, che nascondeva tutti i sette difetti del volto. Le loro usanze bizzarre ma accattivanti, che non smettevano mai di divertirci: la loro passione per la salsa Ai e per le scarpe alte e a punta, la loro buffa andatura con i piedi in fuori, la loro tendenza a radunarsi in questo o quel salotto in grandi gruppi rumorosi e starsene in piedi per ore a parlare tutte insieme. Perché, ci chiedevamo, non si sedevano mai? Si muovevano nel mondo con disinvoltura. Perfettamente a loro agio. Avevano una sicurezza che a noi mancava. E una chioma molto più bella. Così tanti colori. E ci dispiaceva di non poter essere più simili a loro.
Julie Otsuka, “Venivamo tutte per mare”, Torino, Bollati Boringhieri, 2012, p. 48.
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